Bellezza evasa

Bellezza evasa

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Teatro greco al carcere femminile di Monza

Il carcere, questo luogo oscuro in cui l’uomo è privato del suo bene più grande, la libertà. Davvero? Al carcere femminile di Monza ci sono donne che anche fuori dalle sbarre non sono mai state libere, e che magari dentro ci sono finite inseguendo la libertà attraverso una strada sbagliata. Al carcere femminile di Monza ci sono donne che a ricompensare la libertà perduta ne hanno trovata una più ampia e duratura scoprendo l’arte e la cultura. Al carcere femminile di Monza una donna libera e coraggiosa ha portato una ventata di libertà regalando ad un gruppo di detenute il suo amore per la bellezza.

Un progetto ambizioso e originale quello di Luisa Gay, talentuosa regista teatrale che ha portato il repertorio tragico greco dietro le sbarre. Un progetto sostenuto dalla ONLUS Zeroconfini e accolto con entusiasmo e partecipazione. Grazie alla preziosa collaborazione degli educatori e del personale di custodia (inizialmente restìo al “lusso” di un laboratorio teatrale, poi convinto dai sorprendenti risultati), l’artista ha iniziato con le detenute un percorso nella cultura greca attraverso l’approccio ai testi di Euripide ed Eschilo, che si è concluso con la rappresentazione delle Troiane di Euripide l’anno scorso e dell’ Orestea di Eschilo quest’anno. Due scelte geniali per i contenuti sottilmente legati ai destini di queste donne. “La storia delle Troiane a loro è piaciuta moltissimo” spiega Luisa “si parlava di donne prigioniere e vittime, non colpevoli, e l’abbiamo integrata con delle lettere immaginarie che ogni donna, arrivata a destinazione, scriveva, inventandosi destini diversi, tutti positivi e coraggiosi.” Ancora più interessante l’approccio al tema dell’Orestea. Per chi non la conosca, l’opera narra le tragiche vicende della saga degli Atridi, che culminano nel matricidio di Clitennestra da parte di Oreste, per il quale Atena farà istituire un processo, determinando il trionfo della giustizia razionale umana sul brutale e arcaico sistema della vendetta. “il tema forte dell’Orestea era la vendetta. È giusta, è ingiusta? Non era proprio dato per scontato. Ma alla fine hanno convenuto che un tribunale democratico come quello di Atene era meglio della giustizia sommaria praticata dagli Atridi.”

L’esperienza ha coinvolto non solo le detenute ma anche parecchi esterni, tra attori, operatori e volontari, con i quali la regista ha organizzato una serie di incontri in carcere per “rompere il ghiaccio”, e il risultato è stata una collaborazione che giorno dopo giorno ha arricchito entrambe le parti. Dopo le riunioni introduttive c’è stata la fase di lavoro sui testi: un approccio semplice e diretto, per renderli accessibili alle ragazze poco scolarizzate, e permettere loro di farli propri. Luisa racconta con entusiasmo e soddisfazione questa prima, delicata operazione: “avevamo preparato dei riassunti-spiegazioni che loro hanno snobbato, tranne una intelligentissima donzella moldava che difatti poi ha chiesto di iscriversi al liceo. Allora abbiamo cambiato strategia: lettura e discussione collettiva del copione, che rispetto al testo originale privilegiava i discorsi diretti ai cori ed era stato tagliato in alcuni punti, e conteneva qualche verso che commentava o ripeteva l’accaduto nelle lingue d’origine delle attrici”. Le diverse provenienze delle attrici sono state uno spunto fondamentale : “abbiamo parlato a lungo dei loro paesi d’origine come di terre da esplorare, non come di luoghi di cui vergognarsi e da dimenticare. Così ho avuto una colombiana che, nel ruolo della nutrice di Oreste, cantava in spagnolo la ninnananna di Garcìa Lorca, e una Cassandra portoghese in cui splendeva la tristezza del fado …”

Poi si è passati alla scelta dei ruoli, per la quale si è puntato molto sull’adesione emotiva ai personaggi, emersa grazie a dibattiti e riflessioni: “la mia dark lady moldava ha dato a Clitennestra una grinta Dovstojeskjana, e la minuscola, fragile e tormentata ex-tossica, gay siciliana ha voluto con tutte le forze essere Oreste, e ha gestito benissimo la “vendetta di famiglia”, cominciando piano piano a sputare i suoi fantasmi. E ancora ho avuto l’indulgente nutrice Helena, la triste Cassandra, la coraggiosa Elettra …”

Il bizzarro cast ha provato per mesi in spazi piuttosto esigui e movimentati da trasferimenti, scarcerazioni, battaglie per i permessi e qualche zuffa prontamente sedata. Ma la sera della prima, grazie all’interessamento degli assessori alla Cultura e all’Istruzione, la tragedia ha emozionato centinaia di persone dal palco del bel teatro cittadino, e preziosi aiuti non sono mancati in ogni campo: una giovane stilista emergente ha realizzato gli abiti, reinterpretando l’outfit degli antichi in chiave contemporanea; alcuni parrucchieri dei saloni Coppola hanno realizzato le acconciature, e la giovane fotografa Francesca Ripamonti ha immortalato le attrici, realizzando anche una mostra dal titolo suggestivo e azzeccato: “amori sbarrati”. Il tutto a livello di volontariato.

La serata ha gettato senz’altro un ponte tra la società esterna e il microcosmo chiuso del carcere, attraverso una celebrazione di un’antica forma d’arte ad opera di donne che hanno interpretato altre donne e in parte anche sé stesse, che hanno fatto ai loro concittadini un regalo prezioso, e hanno trovato nel teatro una forma di riscatto, perché, per usare ancora le parole della regista: “la bellezza dei capolavori fa bene alle anime inquiete e ferite”.

Anime inquiete e ferite lo siamo un po’ tutti almeno una volta nella vita, se è vero che, come disse Nietzsche, la tragedia “non è un genere letterario, ma la condizione stessa dell’esistenza”. E allora forse noi uomini moderni, sempre di corsa, nativi digitali, cittadini del mondo e chi più ne ha più ne metta, dovremmo imparare a tornare alle radici della nostra civiltà, per recuperare quel coraggio che ebbero i Greci di guardare in faccia il dolore, di sedervisi di fronte su dei gradini di pietra e di contemplarlo per ore in religioso silenzio, e uscirne infine purificati.

“Ognuno è come se avesse sdoppiato sé stesso e si rivedesse là in quelle alte figure parlanti. Le scuote in tutta la sua spietata trasparenza l’insulto della solitudine, l’orgoglio del proprio sangue, la maschera dell’ingiustizia, il disastro della guerra, di divinità indifferenti; si torturano le braccia, si stringono l’uno all’altro, e lacrime di rabbia, di gioia, di continuo dolore, ma insieme, perché questo è vivere, cioè riempirsi di luce, poca o tanta che sia, ma qui e subito, e questo è il teatro, il nostro gioco vivo per sfondare le tenebre” (Roberto Vecchioni)

Quest’anno a Monza una piccola candela contro le tenebre è stata accesa, e sono sicura che non è la sola. Tante piccole luci vengono accese ogni giorno. Io, grazie alla gentile disponibilità di Luisa Gay, ve ne ho raccontata una, e spero che abbia positivamente ispirato alcuni di voi.

(Avanti, potenziali piromani canoviani. Lo so che mi state capendo. Andate, e accendete!)

Beatrice Criveller

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