Editoriale

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Il tempo vola, il grande baratro si avvicina, l’ultimo numero è arrivato (sigh).

Ecco il nostro scherzoso, mieloso bilancio, che abbiamo immaginato di fare esattamente fra cinquantatre anni, ormai sessantottenni, davanti ad una tazza di tè.

Estate 2058, pomeriggio ventilato

Salottino à la mode guarnito di gatti (tutti obesi)

Un tavolino con due tazze, due teiere e un centrino ricamato

Due arzille vecchiette conversano amabilmente:

  • Caterina, mia cara, preferisci tè alla rosa canina oppure alla cannabis? (non stupitevi, nel 2058 la marijuana è legale)
  • Uhm, credo che prenderò un po’ di succo di cicuta, grazie Sara.
  • Intendevi succo di sambuco, non è vero?
  • Oh sì, che sciocca! La memoria fa cilecca, e il resto, come ben sai, l’ha fatto il Canova…
  • Mia cara, non sei l’unica portare ancora i segni della famigerata deformazione classica! Io ti capisco, e non me ne preoccuperò… Almeno fino a quando mi chiamerai ancora Sara e non Critone!
  • Ah, il Liceo Classico… Una pensa di esserne uscita, di esserne finalmente libera, e invece niente: non ti lascerà mai. Proprio mai.
  • E’ una cosa che ti porti dietro per tutta la vita, latente… Come l’herpes.
  • Come il virus della varicella, o la famosa parmigiana di zia Carmela
  • Miiii, non me ne parlare! Ma devo dire che la metafora è azzeccatissima: il Canova non lo digerisci mai, c’hai quel semino di melanzana che ti rimane fra i denti, quella pesantezza nella pancia che ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa…
  • Sì, però…
  • Però è buono.
  • Te lo gusti.
  • Te lo divori. Lo mangi fino a stare male, piuttosto che sia lui a mangiare te! Prende vita nel tuo stomaco esattamente come la parmig…
  • Non turbiamo le pupille dei lettori! Però hai ragione. Se ci pensi, senza il Canova noi due non ci saremmo mai conosciute! Non ci saremmo mai incontrate al Giornalino. Non avremmo cantato “I Want to Break Free” a squarciagola pinzando le nuove copie (te lo ricordi?) e non saremmo mai diventate amiche. Non avremmo mai scritto questo editoriale! Non avremmo mai…
  • Adesso non turbare tu le mia pupille! Mi fai commuovere… Siamo vecchie e sentimentali, d’accordo, ma un bel bilancio razionale non ce lo mette nessuno, in quest’epoca di tecnologie supersoniche, macchine volanti, teletrasbordi (così diceva il mio professore di Italiano, caro vecchietto! L’hanno ibernato, mi sembra), dicevo: non ce lo mette nessuno? In fondo il Canova abbiamo tanto penato…
  • Abbiamo imparato la fiducia e la solidarietà…
  • Abbiamo lottato contro noi stessi, contro il sistema, contro le piccole ingiustizie quotidiane…
  • Abbiamo vinto tante battaglie…
  • Abbiamo lasciato il sangue sui libri…
  • Ma se tu non studiavi mai…
  • Non è vero…
  • ..
  • Comunque dicevo…
  • Abbiamo affrontato tante prove…
  • Siamo cresciute…
  • Siamo cambiate…
  • Ci siamo fidate…
  • Dei nostri compagni e insegnanti…
  • Ma soprattutto degli autori che abbiamo studiato e delle conoscenze che abbiamo acquisito…
  • Certe che saremmo state ripagate…
  • E così è stato.
  • Oddio, cos’è stato?
  • Ah, il mio vicino che fa esperimenti con i raggi nucleari.
  • No, dico, cos’è stato il Canova per noi?
  • Ah, troppo per una pagina sola.
  • Per un pomeriggio solo.
  • Allora ti aspetto al più presto per un altro tè. Tanto, per allora, con la memoria che ci ritroviamo, avremo già dimenticato tutto!
  • E ricominceremo la stessa conversazione da capo, che bellezza!
  • Ma prima di salutarci, lasciamo un punto fermo.
  • Sì, il tuo gatto che si è delicatamente posato sui miei piedi e non mi lascia andare.
  • No, dico…
  • Sì, il Canova.
  • Alla fine, ci ha restituito tutto.

Questa nostra chiacchierata immaginaria è non soltanto una proiezione fantasiosa, ma un sincero auspicio per il futuro: speriamo di ricordare questa scuola con affetto e riconoscenza, con la consapevolezza di esserci spinte fino al limite, di aver combattuto acremente per migliorare noi stesse e l’Istituto, o almeno per lasciare un piccolo segno. Se si ridurrà ad un frammento di pagina, speriamo che sia quest’ultima parte a salvarsi, in cui ringraziamo tutti quanti. Che i vostri nomi siano ricordati, famosi o ignoti ai più: rimanga nel cuore di chi incontrate la stessa traccia indelebile che avete lasciato nei nostri.

Innanzitutto, ringraziamo di cuore la nostra meravigliosa, fantasmagorica Redazione. Una baraonda di idee, passioni, iniziative portate sempre a compimento con alacre impegno, quasi sull’orlo della pazzia, ma soprattutto un crogiuolo di MOLESTIA, quella positiva, che sveglia le coscienze e mette in crisi le certezze. Grazie a chi ha scritto, a chi ha corretto, a chi ha pinzato, a chi ha partecipato con gioia o ammirevole serietà, con timidezza o espansività. A tutti, nessuno escluso.

Grazie alla Preside Ventura e alla nostra amata Vicepreside Carla Borghetto, sempre attenta alle esigenze degli studenti, disponibile come pochi: una presenza costante che ci ha sostenuto in qualunque occasione. Presenza altrettanto costante quella di Nellida, roccia sicura, burbera all’apparenza ma di una dolcezza disarmante.

Grazie ai responsabili delle altre attività autogestite, compagni e colleghi insostituibili.

Grazie a voi, lettori, a voi, studenti, a chi ha letto questo nostro Giornalino e a chi lo leggerà.

Viva la Venticinquesima Ora!

Gatti e fiorellini dalle zuccape

Caterina Begliorgio e Sara Santi

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