Quando la libertà si trasforma in offesa

Quando la libertà si trasforma in offesa

Sono passati oltre 2 mesi, oramai, dall’attentato di Parigi. Era infatti il 7 Gennaio quando due integralisti islamici misero in atto uno sconvolgente attacco terrorista contro la sede del giornale francese satirico Charlie Hebdo, causando la morte di dodici persone colpevoli di aver realizzato una vignetta irriverente contro Maometto. In seguito all’evento, fu subito forte e sentita la solidarietà e la vicinanza all’accaduto da parte di tutto il mondo, compresa l’ala islamica moderata che ha immediatamente voluto prendere le distanze dall’attentato. L’intera comunità occidentale tuttavia, ne è risultata profondamente scossa e     turbata in quanto ha visto essere colpito un suo valore fondamentale: la libertà di espressione. Ciò infatti che ha reso grande l’Europa nel corso della storia è stata la libertà di pensiero e di parola che l’uomo ha avuto, conseguenza diretta sicuramente di una diversa mentalità e cultura: nella nostra comunità, infatti, la persona è sempre stato vista come una risorsa che con le sue idee e il suo pensiero può arricchire il sapere e l’esperienza di un altro…un punto di vista sicuramente diverso da quello dell’ISIS o di altre frange estremiste. Lo slogan “Je sui Charlie ” nasce, quindi , come risposta a questo attacco nei confronti della nostra cultura, ma anche come una difesa della libertà e della satira . Il giornale francese colpito, infatti, era un giornale satirico che faceva della satira il suo credo, usando ,tuttavia, troppo spesso toni irriverenti e un’ironia “al limite” confondendo a volte la satira stessa e lo scherzo con blasfemia e mancanza di rispetto nei confronti non solo di persone o personaggi importanti, ma anche di interi popoli e religioni: l’uscita in prima pagina di un’immagine, per esempio, con un ebreo ortodosso che spinge la sedia a rotelle con un uomo in turbante e con la scritta “Gli intoccabili”, un’altra con Maometto nudo che mostra il sedere a un regista, o una copertina blasfema in cui viene rappresentato un amplesso tra Dio e Gesù a sua volta sodomizzato dallo Spirito Santo. Da questa ultima immagine ha preso spunto lo spettacolo organizzato a Bologna dalla comunità omosessuale Arcigay al Cassero, locale del comune dato in prestito con una convenzione gratuita alla comunità stessa. Le foto che girano sul web immortalano tre uomini travestiti da Gesù che mimano pratiche sessuali con una grossa croce, foto che stanno suscitando una marcata indignazione; non si tratta di comicità, non si tratta di satira, ma di una vera e propria derisione e offesa nei confronti di una religione e di tutti gli Italiani che ci credono. Per di più anche la nostra costituzione, così come garantisce il diritto di professare liberamente la propria fede, afferma di conseguenza il diritto anche a non vedere denigrata o infamata la stessa fede. Cosa che stupisce ancora di più, se possibile, è la mancanza di scuse da parte dell’associazione Arcigay dopo questo brutto fatto. Anzi, è stato addirittura alzato il tiro dell’offesa. Per il circolo Arcigay quelle sulle foto blasfeme sono polemiche “pretestuose e strumentali”. “Quel gesto” spiega uno dei suo esponenti “rappresenta una liberazione rispetto a un simbolo che quelle persone percepiscono come oppressivo”. Insomma, in poche parole, il crocifisso è una immagine oppressiva, che può nuocere gravemente alla salute, e che limita la libertà delle persone. Abbiamo iniziato questo articolo proprio con il concetto di libertà, e così lo vogliamo chiudere: troppo spesso infatti, si abusa di questa parola, soprattutto sui social network, per esprimere, anche in modo violento e duro, idee che vanno ad offendere la dignità e i diritti della persona, il loro essere, la loro vita o il loro credo. La libertà, tuttavia non è fine a se stessa; “essa è autentica solo quando viene posta al servizio della verità, della solidarietà e della pace” (Papa Giovanni Paolo II) .

Lorenzo Venturi

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