Monthly Archives: luglio 2015

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Lo so, il titolo è provocatorio. Dopotutto le armi non sono un argomento sul quale scherzare. Ma questa canzone di Pat Benatar, Hit me with your best shot, mi ha ricordato un avvenimento che mi ha fatto davvero riflettere sulla questione delle armi.

Qualche settimana fa al telegiornale hanno passato una notizia sconvolgente. Negli USA un bambino di appena 5 anni ha sparato alla sorellina di due, uccidendola. I genitori pensavano che il fucile, abbandonato in un angolo della stanza del piccolo, fosse scarico. Vi chiederete perché un ragazzino tenesse un fucile in camera. Beh, pare che negli Stati Uniti vi sia una famosa fabbrica d’armi, la Crickett Firearms, che produce fucili veri per i più piccoli, calibri 22 a misura di bambino.

Una rapida occhiata al loro sito Internet mi conferma quello che non avrei mai creduto possibile. Scorro un catalogo in cui compaiono armi in tutto e per tutto funzionanti e uguali a quelle più grandi. Ma quello che più mi colpisce è il fatto che siano colorate e decorate proprio come dei veri giocattoli. Quando vedo un fucile rosa shocking, adatto probabilmente ad una piccola principessa del Far West, comincio a chiedermi quale pazzo comprerebbe un’arma vera ai suoi figli. Be’, i fatti dimostrano che a qualcuno non deve essere sembrato folle regalare un fucile ad un bambino di 5 anni. Probabilmente non dovrei stupirmi, dal momento che stiamo parlando di una realtà in cui per acquistare una pistola non serve né il porto d’armi né alcun permesso di sorta. Sappiamo che ormai in America la maggior parte delle famiglie tiene un’arma in casa, se non un piccolo arsenale, a scopo difensivo. E non parlo solo di taser o scacciacani. E siamo anche a conoscenza del fatto che recentemente la proposta di legge di Mr. Obama sulla regolamentazione del possesso d’armi e sull’estensione dei controlli è stata rigettata dal Senato. D’altronde il mercato degli armamenti è uno dei più floridi attualmente, milioni di dollari ruotano intorno agli appalti per le forniture e molti stati, compresa l’Italia, fondano buona parte della loro economia su aggeggi che sono destinati ad ammazzare qualcuno dall’altra parte del mondo. Perciò non c’è da meravigliarsi se le armi stanno raggiungendo contesti sempre più intimi e familiari.

Spulciando ancora il sito trovo una pagina in cui viene descritta l’azienda. Perlopiù si tratta della storia della fabbrica sin dall’inizio della produzione, ma proprio alla fine due righe catturano la mia attenzione: “Lo scopo della KSA (Keystar Sporting Arm) è infondere la sicurezza delle armi nelle menti dei giovani tiratori ed incoraggiarli ad acquisire la conoscenza e la considerazione che le attività di caccia e tiro richiedono e meritano.” In sostanza la convinzione dell’azienda è che il meglio per i bambini sia imparare fin da piccoli il rispetto e l’amore per le armi. Quello che mi lascia perplessa è il fatto che ad oggi in certe zone del mondo alcuni bambini siano costretti ad abbandonare la loro vita per combattere una guerra che non è la loro, mentre qui altri ragazzini sono allegramente incoraggiati ad imparare ad imbracciare un fucile sin dalla più tenera età. Trovo che sia un errore madornale educare i bambini ad apprezzare la violenza come se essa fosse qualcosa di divertente ed educativo. A causa di questo una bambina di appena 2 anni è morta, mentre suo fratello crescerà rovinato dalla consapevolezza di ciò che ha fatto.

Sono eventi come questi che strappano letteralmente ai piccoli umani la loro infanzia e il loro diritto alla serenità. Come posso essere felici se rischiano la vita o mettono in pericolo quella di altri solo perché gli adulti che li circondano sono troppo ottusi e irresponsabili per accorgersi di ciò che stanno distruggendo?

Arianna Longo

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Teatro greco al carcere femminile di Monza

Il carcere, questo luogo oscuro in cui l’uomo è privato del suo bene più grande, la libertà. Davvero? Al carcere femminile di Monza ci sono donne che anche fuori dalle sbarre non sono mai state libere, e che magari dentro ci sono finite inseguendo la libertà attraverso una strada sbagliata. Al carcere femminile di Monza ci sono donne che a ricompensare la libertà perduta ne hanno trovata una più ampia e duratura scoprendo l’arte e la cultura. Al carcere femminile di Monza una donna libera e coraggiosa ha portato una ventata di libertà regalando ad un gruppo di detenute il suo amore per la bellezza.

Un progetto ambizioso e originale quello di Luisa Gay, talentuosa regista teatrale che ha portato il repertorio tragico greco dietro le sbarre. Un progetto sostenuto dalla ONLUS Zeroconfini e accolto con entusiasmo e partecipazione. Grazie alla preziosa collaborazione degli educatori e del personale di custodia (inizialmente restìo al “lusso” di un laboratorio teatrale, poi convinto dai sorprendenti risultati), l’artista ha iniziato con le detenute un percorso nella cultura greca attraverso l’approccio ai testi di Euripide ed Eschilo, che si è concluso con la rappresentazione delle Troiane di Euripide l’anno scorso e dell’ Orestea di Eschilo quest’anno. Due scelte geniali per i contenuti sottilmente legati ai destini di queste donne. “La storia delle Troiane a loro è piaciuta moltissimo” spiega Luisa “si parlava di donne prigioniere e vittime, non colpevoli, e l’abbiamo integrata con delle lettere immaginarie che ogni donna, arrivata a destinazione, scriveva, inventandosi destini diversi, tutti positivi e coraggiosi.” Ancora più interessante l’approccio al tema dell’Orestea. Per chi non la conosca, l’opera narra le tragiche vicende della saga degli Atridi, che culminano nel matricidio di Clitennestra da parte di Oreste, per il quale Atena farà istituire un processo, determinando il trionfo della giustizia razionale umana sul brutale e arcaico sistema della vendetta. “il tema forte dell’Orestea era la vendetta. È giusta, è ingiusta? Non era proprio dato per scontato. Ma alla fine hanno convenuto che un tribunale democratico come quello di Atene era meglio della giustizia sommaria praticata dagli Atridi.”

L’esperienza ha coinvolto non solo le detenute ma anche parecchi esterni, tra attori, operatori e volontari, con i quali la regista ha organizzato una serie di incontri in carcere per “rompere il ghiaccio”, e il risultato è stata una collaborazione che giorno dopo giorno ha arricchito entrambe le parti. Dopo le riunioni introduttive c’è stata la fase di lavoro sui testi: un approccio semplice e diretto, per renderli accessibili alle ragazze poco scolarizzate, e permettere loro di farli propri. Luisa racconta con entusiasmo e soddisfazione questa prima, delicata operazione: “avevamo preparato dei riassunti-spiegazioni che loro hanno snobbato, tranne una intelligentissima donzella moldava che difatti poi ha chiesto di iscriversi al liceo. Allora abbiamo cambiato strategia: lettura e discussione collettiva del copione, che rispetto al testo originale privilegiava i discorsi diretti ai cori ed era stato tagliato in alcuni punti, e conteneva qualche verso che commentava o ripeteva l’accaduto nelle lingue d’origine delle attrici”. Le diverse provenienze delle attrici sono state uno spunto fondamentale : “abbiamo parlato a lungo dei loro paesi d’origine come di terre da esplorare, non come di luoghi di cui vergognarsi e da dimenticare. Così ho avuto una colombiana che, nel ruolo della nutrice di Oreste, cantava in spagnolo la ninnananna di Garcìa Lorca, e una Cassandra portoghese in cui splendeva la tristezza del fado …”

Poi si è passati alla scelta dei ruoli, per la quale si è puntato molto sull’adesione emotiva ai personaggi, emersa grazie a dibattiti e riflessioni: “la mia dark lady moldava ha dato a Clitennestra una grinta Dovstojeskjana, e la minuscola, fragile e tormentata ex-tossica, gay siciliana ha voluto con tutte le forze essere Oreste, e ha gestito benissimo la “vendetta di famiglia”, cominciando piano piano a sputare i suoi fantasmi. E ancora ho avuto l’indulgente nutrice Helena, la triste Cassandra, la coraggiosa Elettra …”

Il bizzarro cast ha provato per mesi in spazi piuttosto esigui e movimentati da trasferimenti, scarcerazioni, battaglie per i permessi e qualche zuffa prontamente sedata. Ma la sera della prima, grazie all’interessamento degli assessori alla Cultura e all’Istruzione, la tragedia ha emozionato centinaia di persone dal palco del bel teatro cittadino, e preziosi aiuti non sono mancati in ogni campo: una giovane stilista emergente ha realizzato gli abiti, reinterpretando l’outfit degli antichi in chiave contemporanea; alcuni parrucchieri dei saloni Coppola hanno realizzato le acconciature, e la giovane fotografa Francesca Ripamonti ha immortalato le attrici, realizzando anche una mostra dal titolo suggestivo e azzeccato: “amori sbarrati”. Il tutto a livello di volontariato.

La serata ha gettato senz’altro un ponte tra la società esterna e il microcosmo chiuso del carcere, attraverso una celebrazione di un’antica forma d’arte ad opera di donne che hanno interpretato altre donne e in parte anche sé stesse, che hanno fatto ai loro concittadini un regalo prezioso, e hanno trovato nel teatro una forma di riscatto, perché, per usare ancora le parole della regista: “la bellezza dei capolavori fa bene alle anime inquiete e ferite”.

Anime inquiete e ferite lo siamo un po’ tutti almeno una volta nella vita, se è vero che, come disse Nietzsche, la tragedia “non è un genere letterario, ma la condizione stessa dell’esistenza”. E allora forse noi uomini moderni, sempre di corsa, nativi digitali, cittadini del mondo e chi più ne ha più ne metta, dovremmo imparare a tornare alle radici della nostra civiltà, per recuperare quel coraggio che ebbero i Greci di guardare in faccia il dolore, di sedervisi di fronte su dei gradini di pietra e di contemplarlo per ore in religioso silenzio, e uscirne infine purificati.

“Ognuno è come se avesse sdoppiato sé stesso e si rivedesse là in quelle alte figure parlanti. Le scuote in tutta la sua spietata trasparenza l’insulto della solitudine, l’orgoglio del proprio sangue, la maschera dell’ingiustizia, il disastro della guerra, di divinità indifferenti; si torturano le braccia, si stringono l’uno all’altro, e lacrime di rabbia, di gioia, di continuo dolore, ma insieme, perché questo è vivere, cioè riempirsi di luce, poca o tanta che sia, ma qui e subito, e questo è il teatro, il nostro gioco vivo per sfondare le tenebre” (Roberto Vecchioni)

Quest’anno a Monza una piccola candela contro le tenebre è stata accesa, e sono sicura che non è la sola. Tante piccole luci vengono accese ogni giorno. Io, grazie alla gentile disponibilità di Luisa Gay, ve ne ho raccontata una, e spero che abbia positivamente ispirato alcuni di voi.

(Avanti, potenziali piromani canoviani. Lo so che mi state capendo. Andate, e accendete!)

Beatrice Criveller

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Esiste la Mafia in Veneto? E a Treviso?

“Papà, ma qualcosa di corrotto si può aggiustare?

“Figlio mio, fidati, la legalità ti cambia la vita”

L’8 maggio al Liceo Antonio Canova, si è tenuta l’attesa conferenza su “Legalità e Mafia nella provincia di Treviso”, organizzata dalla Rete degli Studenti Medi di Treviso.

L’incontro ha visto come protagonisti i relatori Fabio Malaspina, ispettore superiore di Polizia alla questura di Venezia da trent’anni, il quale si occupa di stalking e dell’apparato della sorveglianza speciale con la mansione di sequestro dei beni e di attribuzione al patrimonio dello Stato; Paolino Barbiero, segretario generale Spi Cgil di Treviso e Monica Zorzetta, giornalista musicale e poi cronista per “Il Gazzettino” di Mestre e autrice di “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto con D. Guerretta (2006)”.

Prima domanda di una lunghissima serie, che sorge spontanea: quali sono le Forze dello Stato e qual è il ruolo della polizia? Le Forze dello Stato, chiamate anche comparto di sicurezza, che contano 311 mila persone, sono cinque: la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Guardia Forestale ed infine la Polizia Penitenziaria. Il ruolo della Polizia non è solamente quello di salvare la vita alle persone evitando un suicidio (nel 2014 ci sono stati ben 120 casi), ma è anche quello di mantenere la legalità e la democrazia, di mettere all’angolo “i cattivi per far prevalere i buoni” nella corruzione; corruzione perché non si può negare che la Mafia esista in Italia, in Veneto e a Treviso.

Nel 1873 apparve un’idea di mafia totalmente diversa: unioni o fratellanze, specie di sette, senza scopo politico, un unico capo, una cassa comune, specie di piccoli governi in un governo. Ma ora non si ha un’idea ben precisa, possiamo solo dire che non è vero che “La mafia esiste solo al Sud, qui da noi siamo tutti lavoratori” e non è nemmeno vero che quelli che commettono reati siano tutti mafiosi, allora forse è il caso di analizzare da più vicino questo tema. Monica Zorzetta ci ha nominato la Mala del Brenta, Totò Riina, la Camorra, la Ndrangheta e Cosa Nostra.

“Si stava meglio quando c’era Maniero, non c’erano delitti rimasti insoluti contro persone comuni”.

La Mala del Brenta, stiamo parlando degli anni ’50 e del boss Felice Maniero, conosciuto meglio come “Faccia d’Angelo”, controllava tutto il Veneto e non permetteva che altri criminali intervenissero sul territorio, infatti, prima di commettere un colpo, bisognava chiedere il permesso a Maniero; a Maniero la droga gli ha fatto fare il salto di qualità e gli ha fruttato molti soldi, ma anche grazie alla figura di Gaetano Fidanzato che ha permesso l’holding per traffico e spaccio. Come riporta un dottore del SerT (Servizio per Tossicodipendenze) di Dolo la zona della riviera del Brenta era diventata più importante e popolata rispetto a Mestre, centinaia e centinaia di persone morivano per overdose mentre Maniero si arricchiva.

Cosa Nostra in Sicilia nelle campagne, dove venivano gestite le proprietà terriere di piccoli proprietari contro altri dai mafiosi; il vice Bernardo Provenzano; la Camorra nata in Campania durante il governo spagnolo si basava soprattutto sul loto clandestino e sul gioco d’azzardo; la ‘Ndrangheta che è ormai in tutte le parti del mondo, così potente perché è basata su legami di sangue, è un insieme di famiglie, non ci sono pentiti, perché ad unirli è il silenzio, la consapevolezza di far parte di un gruppo.

Bisogna sottolineare che in Veneto la Mafia non è più quella di prima, ha cambiato pelle e si è evoluta. Ci sono state invasioni di tutte le etnie (soprattutto russe e nigeriane) e si ha la presenza di tutte le Mafie citate prima.

A Treviso la situazione non è così critica: prevale la Camorra, che si dedica a controllare gli appalti.

A Belluno abbiamo la Banda della Magliana, mentre a Verona, il territorio più a rischio di tutto il Veneto, nelle zone del Lago di Garda e a S. Bonifacio la Ndrangheta con l’Anello Fumara e i Piromalli, in aggiunta alla Camorra con i Casalesi.

Ma perché temiamo così tanto la Mafia? Perché la legge sui soggiorni obbligati non ha funzionato e nemmeno il referendum che avevano indetto per abrogarla, ma hanno avuto l’effetto contrario, cioè quello di espandere ancor maggiormente la Mafia?

Abbiamo paura perché vengono coinvolte persone comuni, vengono uccise vittime innocenti: ormai nessuno ricorda più Matteo Toffanin, ragazzo ucciso nel padovano perché “scambiato” per un delinquente mentre costeggiava con la sua Mercedes (fatalità stesso modello, colore e stesso inizio di targa del delinquente) sotto l’appartamento della fidanzata, anch’essa gambizzata da due criminali. Ma nessuno si ricorda di lui, è solamente uno dei tanti “errori”. Ci si ricorda piuttosto dell’eclatante fatto di Codognè e della famiglia della mafiosa Anna Piazza, in soggiorno obbligato appunto in un appartamento sopra una sala da ballo nel comune di Codognè. Ci si ricorda il tumulto della città, le dicerie della gente. Cosa ci rimane? Noi, e mi riferisco a noi studenti, professori, genitori, possiamo collaborare con gli esperti o guardare da più vicino la situazione lavorando in uno dei tanti campi della Mafia sotto sequestro.

Lorena Patricia Hossu

Come il conflitto in Yemen interessi tutto il Medio Oriente

L’attuale conflitto scoppiato nello stato dello Yemen diversi mesi fa ha in realtà radici ed implicazioni ben più profonde di quelle che i mezzi di comunicazione vogliono farci credere. Non si tratta solamente di un semplice scontro tra Sunniti e Sciiti, simile ad altri scenari già visti in Iraq o in Siria con la guerra civile (nonostante la situazione siriana sia ben più accentuata); si tratta in realtà di uno scontro tra due grandi potenze regionali, l’Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti, e l’Iran, tradizionalmente più vicino all’Unione Sovietica e adesso alla Russia. Con questo capiamo come il caos yemenita influenzi ben più di qualche piccolo paese arabo sconosciuto ai più.
Per capire ciò, bisogna prima riassumere brevemente cosa è successo nelle ultime settimane.

Lo Yemen, come molti stati arabi (tra i quali la Libia), è diviso in moltissime tribù, una delle quali, gli Houthi, di stampo sciita, ha dato inizio a una vera e propria ribellione armata contro il governo centrale, conquistandone la capitale San’a e gli altri maggiori centri abitati del paese, costringendo il governo a fuggire in Arabia Saudita. È noto che sia l’Iran, principale centro dell’islamismo sciita nel mondo, a finanziare e ad armare i ribelli, in modo tale da destabilizzare il paese in funzione antisaudita. Dal canto loro invece, i Sauditi hanno sempre fatto di tutto per evitare che in Yemen ci fosse un governo stabile ed indipendente, finanziando spesso e volentieri Aqap (al-Qaeda nella penisola arabica); così facendo, l’Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio mondiale, si assicurava il controllo sullo stretto di Bab el Mandeb, cruciale via di passaggio per il commercio dell’oro nero.

Obiettivamente, né Iran né i Sauditi hanno alcun interesse nello Yemen in sé, il loro vero obiettivo è di impedire che l’altro contendente se ne impossessi, e l’attuale crisi nel paese ha dato l’opportunità all’Iran per toglierlo dalla sfera d’influenza saudita. Questa situazione è inoltre aggravata da altri conflitti mediorientali; dalla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq è passato ad essere molto più vicino agli Ayatollah (Iraniani) mentre la terribile guerra civile in Siria, tradizionale alleato dell’Iran, favorisce i Sauditi, che sperano nella caduta di al-Asad e nell’instaurazione di un governo filo sunnita. Sempre su scala regionale, si aggiunge anche il problema del fondamentalismo islamico. Lo Stato Islamico infatti minaccia sia l’Iran che l’Arabia Saudita; quest’ultima infatti, nonostante sia naturalmente sunnita, non può permettersi di avere un vicino pericoloso come l’IS, inoltre, nel tradizionale cinismo che caratterizza i Sauditi, ha sempre supportato gli estremisti islamici in altri paesi, come appunto l’IS (quando ancora non era ciò che conosciamo oggi), Aqap e i vari fronti Islamisti Siriani (al-Nusra), ma ha sempre impedito qualsiasi movimento simile nel proprio paese.

Su scala invece globale, è improbabile ma non impossibile che questo conflitto possa coinvolgere Russia e Stati Uniti, che si sono già scontrati per quanto riguarda lo scenario siriano, situazione che poi culminò con una vittoria diplomatica russa, che impedì alla NATO di intervenire. Come già detto in precedenza, le due grandi potenze globali supportano paesi diversi, a questo proposito ricordiamo che solo pochi giorni fa la Russia ha ricominciato a vendere missili all’Iran. Oltre a ciò, si aggiungono i vari scenari mediorientali in cui USA e Federazione Russa sono indirettamente coinvolti, Israele e Palestina, l’Egitto, il Libano, l’Iraq e si potrebbero aggiungere anche i paesi transcaucasici (Georgia, Armenia e Azerbaijan). È uno scenario per certi versi simile alla guerra del Vietnam, quando i due piccoli paesi del Vietnam del Nord e Vietnam del Sud erano in guerra tra loro e rispettivamente armati o addirittura supportati militarmente dalle superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica (insieme anche alla Cina) a causa dell’importanza strategica di quella regione.

Capiamo così come la caotica situazione in Yemen, dove un gruppo di miliziani islamici controlla la maggior parte del paese, dove il presidente è fuggito, dove una coalizione guidata dall’Arabia saudita bombarda i suddetti miliziani che a loro volta sono finanziati dall’Iran, non sia affatto da sottovalutare, ed influenza anzi direttamente tutta la situazione geopolitica mediorientale, coinvolgendo indirettamente le grandi potenze mondiali che cercano di far valere i propri interessi nella regione.

Aldo Tonini

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Il tempo vola, il grande baratro si avvicina, l’ultimo numero è arrivato (sigh).

Ecco il nostro scherzoso, mieloso bilancio, che abbiamo immaginato di fare esattamente fra cinquantatre anni, ormai sessantottenni, davanti ad una tazza di tè.

Estate 2058, pomeriggio ventilato

Salottino à la mode guarnito di gatti (tutti obesi)

Un tavolino con due tazze, due teiere e un centrino ricamato

Due arzille vecchiette conversano amabilmente:

  • Caterina, mia cara, preferisci tè alla rosa canina oppure alla cannabis? (non stupitevi, nel 2058 la marijuana è legale)
  • Uhm, credo che prenderò un po’ di succo di cicuta, grazie Sara.
  • Intendevi succo di sambuco, non è vero?
  • Oh sì, che sciocca! La memoria fa cilecca, e il resto, come ben sai, l’ha fatto il Canova…
  • Mia cara, non sei l’unica portare ancora i segni della famigerata deformazione classica! Io ti capisco, e non me ne preoccuperò… Almeno fino a quando mi chiamerai ancora Sara e non Critone!
  • Ah, il Liceo Classico… Una pensa di esserne uscita, di esserne finalmente libera, e invece niente: non ti lascerà mai. Proprio mai.
  • E’ una cosa che ti porti dietro per tutta la vita, latente… Come l’herpes.
  • Come il virus della varicella, o la famosa parmigiana di zia Carmela
  • Miiii, non me ne parlare! Ma devo dire che la metafora è azzeccatissima: il Canova non lo digerisci mai, c’hai quel semino di melanzana che ti rimane fra i denti, quella pesantezza nella pancia che ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa…
  • Sì, però…
  • Però è buono.
  • Te lo gusti.
  • Te lo divori. Lo mangi fino a stare male, piuttosto che sia lui a mangiare te! Prende vita nel tuo stomaco esattamente come la parmig…
  • Non turbiamo le pupille dei lettori! Però hai ragione. Se ci pensi, senza il Canova noi due non ci saremmo mai conosciute! Non ci saremmo mai incontrate al Giornalino. Non avremmo cantato “I Want to Break Free” a squarciagola pinzando le nuove copie (te lo ricordi?) e non saremmo mai diventate amiche. Non avremmo mai scritto questo editoriale! Non avremmo mai…
  • Adesso non turbare tu le mia pupille! Mi fai commuovere… Siamo vecchie e sentimentali, d’accordo, ma un bel bilancio razionale non ce lo mette nessuno, in quest’epoca di tecnologie supersoniche, macchine volanti, teletrasbordi (così diceva il mio professore di Italiano, caro vecchietto! L’hanno ibernato, mi sembra), dicevo: non ce lo mette nessuno? In fondo il Canova abbiamo tanto penato…
  • Abbiamo imparato la fiducia e la solidarietà…
  • Abbiamo lottato contro noi stessi, contro il sistema, contro le piccole ingiustizie quotidiane…
  • Abbiamo vinto tante battaglie…
  • Abbiamo lasciato il sangue sui libri…
  • Ma se tu non studiavi mai…
  • Non è vero…
  • ..
  • Comunque dicevo…
  • Abbiamo affrontato tante prove…
  • Siamo cresciute…
  • Siamo cambiate…
  • Ci siamo fidate…
  • Dei nostri compagni e insegnanti…
  • Ma soprattutto degli autori che abbiamo studiato e delle conoscenze che abbiamo acquisito…
  • Certe che saremmo state ripagate…
  • E così è stato.
  • Oddio, cos’è stato?
  • Ah, il mio vicino che fa esperimenti con i raggi nucleari.
  • No, dico, cos’è stato il Canova per noi?
  • Ah, troppo per una pagina sola.
  • Per un pomeriggio solo.
  • Allora ti aspetto al più presto per un altro tè. Tanto, per allora, con la memoria che ci ritroviamo, avremo già dimenticato tutto!
  • E ricominceremo la stessa conversazione da capo, che bellezza!
  • Ma prima di salutarci, lasciamo un punto fermo.
  • Sì, il tuo gatto che si è delicatamente posato sui miei piedi e non mi lascia andare.
  • No, dico…
  • Sì, il Canova.
  • Alla fine, ci ha restituito tutto.

Questa nostra chiacchierata immaginaria è non soltanto una proiezione fantasiosa, ma un sincero auspicio per il futuro: speriamo di ricordare questa scuola con affetto e riconoscenza, con la consapevolezza di esserci spinte fino al limite, di aver combattuto acremente per migliorare noi stesse e l’Istituto, o almeno per lasciare un piccolo segno. Se si ridurrà ad un frammento di pagina, speriamo che sia quest’ultima parte a salvarsi, in cui ringraziamo tutti quanti. Che i vostri nomi siano ricordati, famosi o ignoti ai più: rimanga nel cuore di chi incontrate la stessa traccia indelebile che avete lasciato nei nostri.

Innanzitutto, ringraziamo di cuore la nostra meravigliosa, fantasmagorica Redazione. Una baraonda di idee, passioni, iniziative portate sempre a compimento con alacre impegno, quasi sull’orlo della pazzia, ma soprattutto un crogiuolo di MOLESTIA, quella positiva, che sveglia le coscienze e mette in crisi le certezze. Grazie a chi ha scritto, a chi ha corretto, a chi ha pinzato, a chi ha partecipato con gioia o ammirevole serietà, con timidezza o espansività. A tutti, nessuno escluso.

Grazie alla Preside Ventura e alla nostra amata Vicepreside Carla Borghetto, sempre attenta alle esigenze degli studenti, disponibile come pochi: una presenza costante che ci ha sostenuto in qualunque occasione. Presenza altrettanto costante quella di Nellida, roccia sicura, burbera all’apparenza ma di una dolcezza disarmante.

Grazie ai responsabili delle altre attività autogestite, compagni e colleghi insostituibili.

Grazie a voi, lettori, a voi, studenti, a chi ha letto questo nostro Giornalino e a chi lo leggerà.

Viva la Venticinquesima Ora!

Gatti e fiorellini dalle zuccape

Caterina Begliorgio e Sara Santi

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Oggi  il mondo intero commemora la giornata internazionale contro la violenza sulle donne con iniziative che promuovono la sensibilizzazione  su questo tema. I drappi arancioni sulla facciata del Palazzo Municipale di Curti e...