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20 Marzo 2105 – In concomitanza con l’equinozio di primavera, che anche quest’anno si riconferma con un giorno di anticipo, in gran parte del mondo, in diversi orari, è stato possibile ammirare l’eclisse parziale del sole. Esperti e non, muniti di appositi occhiali protettivi, non si sono lasciati sfuggire questo straordinario evento che ha tenuto con il naso all’insù milioni di persone.

Uno spettacolo naturale che ha interessato gli astrofisici: l’eclisse rappresenta infatti un’occasione preziosa poiché grazie allo schermo naturale della Luna è possibile studiare la parte più esterna del Sole, la corona, difficilmente osservabile in condizioni normali in quanto meno luminosa rispetto al corpo centrale della stella. Lo studio del Sole è fondamentale non solo durante questi rari fenomeni: il Sole e la radiazione che emette condiziona tutta la vita sulla Terra, come per esempio si è scoperto che le esplosioni solari più intense possono provocare danno alla reti di distribuzione dell’energia e alcuni black-out. E’ quindi doveroso conoscerlo per prevederne le variazioni. Grazie alle sonde e alle missioni spaziali, oggi siamo in grado di poter studiare i fenomeni legati alla nostra stella 365 giorni l’anno.

Se nell’età moderna l’eclisse viene considerata un colpo di fortuna per la ricerca e la conoscenza, nelle mitologie antiche e in molte primitive era considerato un fenomeno “anomalo”, per via della rarità con cui si manifestava. Le eclissi lunari, come quelle solari, venivano considerate dagli antichi un segno di collera della divinità lunare, una lotta mitica che aveva come ring il cielo o ancora che la Luna fosse vittima di sortilegi grazie ai quali le espertissime maghe della Tessaglia erano in grado di “tirar giù” l’astro dalle regioni celesti. Fu forse la crescente curiosità, slancio vitale dell’uomo, intorno a questo fenomeno a spingere il filosofo ionico Talete, al quale si fa risalire la scoperta della reale causa dell’eclisse, fino in Egitto: è certo che i sacerdoti egiziani erano dediti all’osservazione ed allo studio del fenomeno. E’ grazie a uomini assetati di sapere come Talete se siamo arrivati alla reale definizione di eclisse, ovvero quel particolare evento astronomico che si verifica quando un corpo celeste di interpone tra un altro corpo e una sorgente di luce, come può essere il Sole.

Se non avete avuto la possibilità di ammirare lo straordinario spettacolo astronomico primaverile non perdetevi d’anima, la prossima eclissi solare nella stessa data cadrà il 20 marzo del 2034, e poi nel 2053 e nel 2072. Stay tuned!

Marta Gelosi

Voglio partire da qui. Da questa foto. Di un normalissimo ragazzo con un sorriso luminoso, autentico, spontaneo. Sembra un ragazzo solare, gentile pronto a darti una mano quando ce n’è bisogno. Ed infatti è così che lo descrivono. Si chiama Giancarlo Siani. Studia a Napoli, città delle contraddizioni, dei contrasti ed ha una passione: scrivere. Mentre frequenta l’università inizia a collaborare con giornali italiani: ”Osservatorio sulla Camorra” in un primo momento e poi “Il Mattino” per il quale diventa corrispondente da Torre Annunziata, presso la redazione di Castellamare di Stabia. Fin dall’inizio Giancarlo si dedica alla cronaca nera napoletana, analizza dettagliatamente la realtà che lo circonda e sui suoi articoli racconta quello che succede quotidianamente a Torre. Senza filtri, senza censure. Si impegna, é un ragazzo che va fino in fondo nelle cose, non si ferma all’apparenza ma cerca di capire i perché. I suoi articoli fanno di Giancarlo un giornalista “giornalista”: parla di camorra, di corruzione, di droga, di territori dove lo Stato e l’Anti-Stato sono la stessa cosa. I suoi articoli fanno rumore, scuotono tutti a Torre Annunziata e dintorni. Non é un carabiniere, un poliziotto, un rappresentante della giustizia eppure indaga, fa chiarezza su vicende che sono tutto tranne che limpide e legali.

“Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti.” É per questo motivo che Giancarlo scrive, per far reagire chi non denuncia, chi é succube di questo sistema. É consapevole di andare contro chi comanda chi ha il potere ma quello é il suo lavoro e lo vuole fare al meglio. É determinato. Deciso.

Giancarlo non si é mai fermato. Neanche quando é stato ucciso il 23 Settembre 1985, a soli 26 anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso é l’articolo che ha scritto sull’arresto del boss di Torre, Valentino Gionta. Quest’ultimo é alleato di Lorenzo Nuvoletta, reggente dell’omonimo clan che rappresenta la frangia campana di cosa nostra. Nuvoletta ha problemi con un altro clan e la situazione sta degenerando in una vera e propria guerra, che puó provocare molte perdite. L’unico modo per risolvere “l’incomprensione” é eliminare Gionta. Ma Valentino é un alleato, spodestarlo vuol dire infrangere il codice d’ onore, così i Nuvoletta fanno una “discreta soffiata” ai Carabinieri rivelando loro dove si trova il capo camorrista di Torre Annunziata. Giancarlo scopre tutta la storia che c’è dietro la cattura da un suo amico Carabiniere e ci scrive un articolo che pubblica il 10 Giugno 1985. Succede il caos piú totale. Viene ucciso tre mesi dopo mentre stava tornando a casa, a bordo della sua Mehari verde.

Non voglio che con questo pezzo si venga a conoscenza dell’ennesima vittima della criminalità organizzata e che poi il suo nome venga scritto in quella lista piena di uomini e donne coraggiosi e lí dimenticato. Ma bisogna onorare il suo ed il loro ricordo. Parlare di queste persone eccezionali. Per quanto non ami particolarmente la filosofia, c’è una frase che mi ha colpito tantissimo quando l’ho letta a scuola: “Conoscere é ricordare”. A distanza di quasi 2300 anni questa affermazione di Platone é ancora attuale e rispecchia benissimo la realtà. Perché leggere libri, giornali sul sistema della criminalità organizzata vuol dire anche venire a conoscenza di coloro che non si sono fermati ma hanno continuato a denunciare, urlare la verità. Questi EROI vivono grazie al nostro ricordo. Sono il nostro esempio, non dobbiamo perdere ogni speranza ascoltando le loro storie. Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo decidere di reagire, di provare a sconfiggere questo cancro che si é annidato ovunque, e che é una delle cause per cui l’Italia si trova nella situazione attuale.

Raccontate a tutti le storie di queste persone che mai si sono fermate, arrese, ma hanno continuato nonostante tutto.

Andate e diffondete il verbo.

Benedetta Mazzieri

Sono passati oltre 2 mesi, oramai, dall’attentato di Parigi. Era infatti il 7 Gennaio quando due integralisti islamici misero in atto uno sconvolgente attacco terrorista contro la sede del giornale francese satirico Charlie Hebdo, causando la morte di dodici persone colpevoli di aver realizzato una vignetta irriverente contro Maometto. In seguito all’evento, fu subito forte e sentita la solidarietà e la vicinanza all’accaduto da parte di tutto il mondo, compresa l’ala islamica moderata che ha immediatamente voluto prendere le distanze dall’attentato. L’intera comunità occidentale tuttavia, ne è risultata profondamente scossa e     turbata in quanto ha visto essere colpito un suo valore fondamentale: la libertà di espressione. Ciò infatti che ha reso grande l’Europa nel corso della storia è stata la libertà di pensiero e di parola che l’uomo ha avuto, conseguenza diretta sicuramente di una diversa mentalità e cultura: nella nostra comunità, infatti, la persona è sempre stato vista come una risorsa che con le sue idee e il suo pensiero può arricchire il sapere e l’esperienza di un altro…un punto di vista sicuramente diverso da quello dell’ISIS o di altre frange estremiste. Lo slogan “Je sui Charlie ” nasce, quindi , come risposta a questo attacco nei confronti della nostra cultura, ma anche come una difesa della libertà e della satira . Il giornale francese colpito, infatti, era un giornale satirico che faceva della satira il suo credo, usando ,tuttavia, troppo spesso toni irriverenti e un’ironia “al limite” confondendo a volte la satira stessa e lo scherzo con blasfemia e mancanza di rispetto nei confronti non solo di persone o personaggi importanti, ma anche di interi popoli e religioni: l’uscita in prima pagina di un’immagine, per esempio, con un ebreo ortodosso che spinge la sedia a rotelle con un uomo in turbante e con la scritta “Gli intoccabili”, un’altra con Maometto nudo che mostra il sedere a un regista, o una copertina blasfema in cui viene rappresentato un amplesso tra Dio e Gesù a sua volta sodomizzato dallo Spirito Santo. Da questa ultima immagine ha preso spunto lo spettacolo organizzato a Bologna dalla comunità omosessuale Arcigay al Cassero, locale del comune dato in prestito con una convenzione gratuita alla comunità stessa. Le foto che girano sul web immortalano tre uomini travestiti da Gesù che mimano pratiche sessuali con una grossa croce, foto che stanno suscitando una marcata indignazione; non si tratta di comicità, non si tratta di satira, ma di una vera e propria derisione e offesa nei confronti di una religione e di tutti gli Italiani che ci credono. Per di più anche la nostra costituzione, così come garantisce il diritto di professare liberamente la propria fede, afferma di conseguenza il diritto anche a non vedere denigrata o infamata la stessa fede. Cosa che stupisce ancora di più, se possibile, è la mancanza di scuse da parte dell’associazione Arcigay dopo questo brutto fatto. Anzi, è stato addirittura alzato il tiro dell’offesa. Per il circolo Arcigay quelle sulle foto blasfeme sono polemiche “pretestuose e strumentali”. “Quel gesto” spiega uno dei suo esponenti “rappresenta una liberazione rispetto a un simbolo che quelle persone percepiscono come oppressivo”. Insomma, in poche parole, il crocifisso è una immagine oppressiva, che può nuocere gravemente alla salute, e che limita la libertà delle persone. Abbiamo iniziato questo articolo proprio con il concetto di libertà, e così lo vogliamo chiudere: troppo spesso infatti, si abusa di questa parola, soprattutto sui social network, per esprimere, anche in modo violento e duro, idee che vanno ad offendere la dignità e i diritti della persona, il loro essere, la loro vita o il loro credo. La libertà, tuttavia non è fine a se stessa; “essa è autentica solo quando viene posta al servizio della verità, della solidarietà e della pace” (Papa Giovanni Paolo II) .

Lorenzo Venturi

Quella dell’accattonaggio è una pratica che negli ultimi anni ha trovato una diffusione sempre maggiore , ma possiamo trovarne riscontri già in epoca romana , sebbene fosse subordinata a pratiche più diffuse come quella della prostituzione. Nei secoli il fenomeno è rimasto usuale ma sono variate le forme sotto cui si manifesta , oltre all’atteggiamento di chi lo ne fa una forma di profitto oltre che di sostentamento . Se un tempo l’accattone prendeva autonomamente la decisione di elemosinare per le strade negli ultimi anni su questa attività ha posto le radici un vero e proprio racket , nel quale soggetti poco raccomandabili spingono disabili e bambini ad elemosinare per conto loro minacciandoli con frequenti percosse. In particolare questo problema assume caratteristiche abominevoli all’interno delle grandi metropoli di paesi come Cina , Brasile , Messico ed India , dove bambini di pochi anni vengono rapiti nelle favelas e successivamente menomati in base alle loro caratteristiche : castrati ed accecati se abili nel canto o storpiati in maniera irrimediabile negli altri casi (sorte differente spetta alle ragazze che vengono girate al racket della prostituzione ) . Un esempio particolarmente efficace possiamo trovarlo nel film “The millionaire” annoverato tra i migliori di sempre oltre che pluri-premiato dalla critica. Alla luce di queste nefandezze è dunque corretto donare dei soldi ad un accattone con il rischio di finanziare organizzazioni malavitose ?

Spesso la decisione dei singoli individui si basa su una frettolosa analisi del soggetto in questione , non ci si sofferma , nella fretta , sul possibile racket che potrebbe nascondersi dietro al sorridente vecchietto canterino ed in preda all’impulsività si finisce per dare a lui l’obolo piuttosto che alla megera della strada di fianco che ti rifila uno sputo se le porgi solo 20 cent . Esiste allora un modo per dare senza sentire il rimorso per aver dato ? Il problema di base non sta nel trovare un’idea , di quelle cene sono dozzine , solo che non siamo in grado di metterle in atto , perché tutti potrebbero fornire una soluzione al problema (specie i più facoltosi) ma non si vuole veramente … Preferiamo lasciarci cullare da un milione di buoni propositi , ma , come di consueto con l’arrivo dell’anno nuovo prontamente ce ne dimentichiamo , e chi se ne ricorda , e qualche soldo lo dona potrà star ben certo che qualcuno sopra a lui non sarà altrettanto generoso e quei soldi li farà scomparire , e non per magia. La situazione può cambiare , ma si preferisce donare quel soldo di tanto in tanto e sentirsi in pace con se stessi piuttosto che prendere un impegno concreto Così come per la mafia la droga , l’immigrazione , si lascia tutto nelle mani dei corrotti , lavandosi le proprie e dimostrando che l’uomo resta sempre lo stesso , in un mondo che da solo l’illusione del cambiamento .

Il cavallo ci ha guidato e trasportato nella storia. Lui è amico,compagno di sport ed è anche un favoloso terapeuta. E’ fondamentale che il cavallo sia equilibrato e non abbia paura,che non sia troppo abitudinario. In genere si prediligono cavalli con doti innate di curiosità che quindi sono portati a conoscere quello che si trovano davanti. Per quanto riguarda l’aspetto fisico devono avere una buona qualità del passo e saper anche accettare in groppa due persone. Se l’equinoterapia fosse un farmaco,il cavallo sarebbe il principio attivo. E’ anche un prezioso collaboratore: più o meno consapevole del suo ruolo,trasmette informazioni su tutti i canali sensoriali,ha un aspetto maestoso,specialmente per un bambino: è caldo,morbido e ha un odore ben preciso.

Con l’aiuto di questo animale possiamo curare tante patologie,sia temporanee sia permanenti,come quelle della disabilità. L’ippoterapia infatti è un metodo terapeutico globale che si avvale dell’attività ludico sportiva (avente come mezzo,appunto,il cavallo) stimolando il recupero delle proprie abilità. Ovviamente va ad integrare le altre forme di trattamento riabilitativo. Oltre a prevenire eventuali altre patologie,l’equinoterapia limita i comportamenti disadattivi tramite l’introduzione di comportamenti positivi – sostitutivi. Favorisce inoltre le relazioni di gruppo,accresce l’autostima,educa al rispetto di sé e degli altri. E’ proprio l’acquisizione della capacità di stare seduto in sella e guidare il proprio cavallo che stimola la persona ad una migliore esecuzione del movimento. Per dirigere il cavallo,occorre sapersi orientare,organizzare i movimenti finalizzandoli ad uno scopo. La gioia e la soddisfazione che vengono vissute creano uno stato d’animo che facilita la conquista di nuovi successi.

Il disabile ricerca il desiderio di comunicare con il cavallo e in questa maniera prende maggiore consapevolezza di sé e di ciò che lo circonda,delle proprie possibilità di agire e reagire.

Nella nostra città tutto questo ruota intorno al lavoro di un’equipe riabilitativa specializzata che opera all’interno dell’Associazione polisportiva dilettantistica “Un Cavallo Per Amico”. E’ questo il nome dell’associazione che si occupa, senza fini di lucro, di terapia riabilitativa equestre praticata sia al livello amatoriale, che sportivo e ricreativo. Psicologi, medici, fisioterapisti, fisiatri, operatori, tutte figure che, unitamente agli istruttori dell’Associazione, danno vita al percorso terapeutico.  Tutto ciò in collaborazione con Associazioni e enti privati.

Ovunque si sta diffondendo sempre più l’usanza di tenere un animale in casa. Che cosa ci spinge ad offrire protezione e amore a un essere diverso da noi, che in natura potrebbe anche essere il nostro nemico o addirittura il nostro cibo?

Ormai è scientificamente accettato dall’opinione comune che i mammiferi (come l’uomo) hanno generalmente un istinto protettivo nei confronti della propria prole molto spiccato rispetto a tutti gli altri animali e, a volte, l’istinto di protezione dei piccoli spinge ad aiutare anche i cuccioli degli altri ( capita che alcuni primati particolarmente sociali allattino i figli degli altri).

Quindi è chiaro che tutti noi abbiamo un istinto innato che ci conduce, quando è possibile, ad essere solidali con le altre persone e a volte anche con gli animali.

Inoltre l’esistenza di questo istinto spiegherebbe come mai la nostra scelta ricada spesso sulle stesse specie animali, ovvero quasi tutti mammiferi, effettivamente tendiamo a considerare molto più adorabile un cane, un gatto o un criceto rispetto ad un pesce, una lucertola o un insetto.

Per avere una visione completa della questione bisogna guardarla anche dal punto di vista dell’animale che si trova al nostro fianco.

Il fatto che il nostro “cucciolone” condivida con noi un sentimento spassionato non è neanche da mettere in dubbio ma tuttavia ci sono altre motivazioni che inducono un animale a lasciarsi addomesticare. Questo sarà sempre al sicuro dai pericoli esterni, se si ammalerà sarà curato e avrà sempre cibo e acqua senza sforzi.

Quindi è chiaro che essi si lascino domare in buona parte anche per scopi utilitaristici legati alla sopravvivenza dovendo rinunciare a volte alla riproduzione.

Comunque sia la sensazione provata da entrambe le parti nello scambiarsi un gesto d’affetto, nel giocare insieme e nel condividere lo stesso tetto rimane sempre non razionalizzabile da nessuna osservazione scientifica.

Alessandro Fantozzi

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